#CAPITALERETAKE: URBANISTICA


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Nel contrasto al degrado un ruolo decisivo può essere assolto dalle politiche urbanistiche, a patto che si acquisisca consapevolezza delle reciproche implicazioni tra pianificazione urbanistica, progettazione degli spazi pubblici e cura del decoro urbano. Una nuova interazione tra manutenzione delle città e governo del territorio che dovrebbe prendere le mosse da una serie di fattori:

  1. ogni trasformazione urbanistica, se condotta sotto una attenta e pragmatica regìa pubblica, offre potenzialità di riqualificazione, e recupero dell’esistente e di innalzamento della qualità urbana che nessuna azione di solo contrasto al degrado potrebbe mai attingere: in questo senso, il paradigma della rigenerazione urbana e i meccanismi di regolazione dei rapporti tra l’amministrazione pubblica e gli investitori privati offrono occasioni preziose per elevare a sistema la cura dei beni comuni e farne oggetto di uno scambio virtuoso tra pubblico e privato;
  2. in un’epoca di crisi delle finanze pubbliche e di perdurante spending review, l’iniziativa privata, se governata al servizio dello sviluppo delle città in un’ottica di scambio equo tra diritti edificatori e oneri di urbanizzazione (sul modello, ad esempio, del sistema nordamericano di density bonusing), può rappresentare un volàno straordinario per il reperimento delle risorse necessarie per la cura del territorio, la tutela e la promozione del verde urbano e la stessa realizzazione di opere infrastrutturali altrimenti impossibili da realizzare; in questo senso, superando certi pregiudizi ideologici appartenenti a fasi storiche ormai alle nostre spalle, sembrano venir meno i motivi che hanno portato a coniare, attribuendovi un’accezione negativa, l’espressione “urbanistica contrattata”, ideata per stigmatizzare vicende urbanistiche del passato - alcune delle quali certamente da condannare - ma che oggi non esprime più alcuna ragionevole chiave di lettura in un contesto profondamente mutato in cui l’apertura alla concorrenza e le connesse garanzie legislative di livello nazionale ed europeo possono rappresentare validi argini a presidio della legalità e delle qualità degli interventi urbanistici. Piuttosto che affossare l’iniziativa privata sventolando lo spauracchio ideologico dell’urbanistica contrattata, si dovrebbe tentare di ragionare in termini di “sussidiarietà urbanistica”, ossia di promozione delle occasioni di partenariato pubblico-privato nella realizzazione e nel miglioramento degli spazi urbani. Le città sono centri nevralgici della globalizzazione, i luoghi per eccellenza nei quali se ne avvertono prima gli effetti, organismi viventi in continua evoluzione difficili da inquadrare in ottiche pianificatorie generali e a lungo termine (i piani regolatori), alle quali, in determinate circostanze in cui si registrino situazioni di particolare sofferenza urbana, andrebbero preferiti strumenti regolatori più flessibili, fondati su zonizzazioni per quadranti dal contenuto programmatico più che prescrittivo e per questo in grado di saper cogliere le (rare) opportunità di investimento che possono presentarsi;
  3. le esigenze di contenimento del consumo di suolo e di salvaguardia delle aree agricole che circondano i nuclei urbani inducono a una scelta netta a favore di logiche di densificazione: una maggiore densità urbana (e il caso, ancora una volta, riguarda in particolare Roma) consente di contenere l’espansione (lo sprawl) verso l’esterno del perimetro urbano, di rendere più efficienti le reti connettive ponendo un freno alle distanze che rappresentano uno dei talloni di Achille del trasporto pubblico, e favoriscono in tal modo la stessa mobilità sostenibile, gettando le basi per ridisegnare le città a misura di pedone e di ciclista piuttosto che di automobile. Una maggiore densità urbana in un perimetro non espandibile e già urbanizzato può essere raggiunta abbandonando (come sta facendo Milano e come da tempo fanno, in diversa misura, molte delle principali città europee) i pregiudizi culturali nei confronti dell’architettura verticale, che consuma poco suolo e può favorire, in determinate aree periferiche poste a debita distanza dai centri storici, processi di insediamento di poli direzionali e ricreativi in grado di restituire senso e identità a porzioni anonime del territorio cittadino; la logica alla base dell’avversione agli edifici verticali (che talvolta, come a Roma, scade nel culto della “città orizzontale”) finisce, infatti, suo malgrado per contribuire alla dispersione urbana e per giustificare (se non addirittura incentivare) l’esistenza nelle città di spazi o di interi quadranti di mero attraversamento che risultano maggiormente esposti al rischio del degrado in quanto sprovvisti di una precisa funzione sociale (che non sia quella dell’attraversamento veicolare) o comunque vissuti come luoghi di transito privi di contenuti simbolici idonei a generare fenomeni di auto-immedesimazione e ad indurre a comportamenti di rispetto dei beni comuni;
  4. l’urbanistica è il governo degli spazi fisici ove è insediata una comunità umana in continuo divenire e per questo motivo richiede la più ampia partecipazione. Ma deve trattarsi di una partecipazione civica inclusiva e non su base antagonistica: in quest’ottica, è necessario superare la tendenza a considerare soddisfatte le esigenze partecipative con il coinvolgimento dei comitati e delle associazioni operanti sul territorio cittadino (che spesso si limitano a rappresentare istanze particolari e localistiche riferibili a singoli quartieri) per inaugurare (con l’aiuto decisivo delle tecnologie digitali) moduli partecipativi aperti a tutti i cittadini e agli stakeholder; la stessa disciplina legislativa in materia di formulazione delle osservazioni e controdeduzioni agli strumenti urbanistici andrebbe profondamente riformata in tal senso.

Il futuro delle periferie delle città italiane dipende dalla capacità di ridisegnarne il rapporto con il centro e di insediarvi funzioni simboliche che consentano di riaffermare il “diritto alla città” (il “right to the city” di Henri Lefebvre) come diritto che non è mai appropriazione ma fruizione sostenibile dello spazio pubblico.

Come si legge nella Nuova Agenda Urbana discussa dalla conferenza UN-HABITAT III svoltasi a Quito del 2016 (e poi approvata dall'Assemblea Generale ONU il 23 dicembre 2016), «Noi condividiamo la visione di una città per tutti, e ci riferiamo all'equo uso e godimento di città e insediamenti umani, nel tentativo di promuovere esclusività e assicurare che tutti gli abitanti, delle presenti e delle future generazioni, senza alcuna discriminazione, siano capaci di abitare e produrre città e insediamenti sicuri, vivibili, accessibili, convenienti, giusti, resilienti e sostenibili per promuovere prosperità e qualità della vita per tutti».

Promuovere questi principi richiede uno straordinario sforzo congiunto di istituzioni, realtà associative e cittadini nel quale non si perda mai di vista il nesso indissolubile che esiste tra l’etica dei comportamenti privati e la qualità degli spazi pubblici.